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Non mi sono mai interessato molto di Moravia: dopo aver letto le prime pagine del Conformista, ho riposto il libro sullo scaffale. Ed è ancora là. Lessi la sua Un’idea dell’India soltanto per confrontare il suo racconto con quello pasoliniano, ed in effetti trovai L’odore dell’India ben più pregevole di quello scritto: Pasolini sentimentale, combattivo; Moravia distaccato, interessato soprattutto ad una sintesi di quanto vedeva.

Probabilmente, un pomeriggio. Quasi 5 anni fa. Stavo leggendo le Rime di Michelangelo Buonarroti quando, cito testualmente, “ho sentito qualcosa di secco calpestarsi sotto la mia lettura”. Pomposo e pleonastico: sì, erano quasi 5 anni fa.

Vivo della mia morte e, se ben guardo, felice vivo d’infelice sorte; e chi viver non sa d’angoscia e morte, nel foco venga, ov’io mi struggo e ardo.

Il primo verso ci introduce direttamente al monito che l’artista affida alla propria opera, e non solo attraverso la parola scritta – non solo in questo componimento. Il mondo del Buonarroti è avvolto nel peccato e dunque nella dannazione, quindi già destinato alla non-resurrezione. Vivo della mia morte è ciò che per l’Autore è auto-evidente (mi si perdoni il gioco di parole), e perciò inspiegabile: impossibile da motivare, inconciliabile con la ragione analitica (ovvero con la scomposizione, analyo). La resa al destino.

La poesia di Michelangelo non ha alcuna vocazione didascalica, e si lascia piuttosto leggere come un ribollire di sensazioni universali (da qui la critica di alcuni saggisti del primo Novecento, tra cui Croce, nei confronti d’un verso “trito”, di termini che si ripetono).

Estrapolate da un’ispirazione che lo coglie quasi di sorpresa (molte delle sue poesie sono infatti state ritrovate su fogli da disegno o su schizzi per dipinti e statue), le parole non possono essere meditate, limate, o vezzeggiate con richiami letterari.

La poesia di Michelangelo lo investe, lo tramortisce. Ed allo stesso modo tutta l’Arte pare quasi assalirlo, cogliendolo alla sorpresa ed esigendo da lui servigi sinceri ma allo stesso tempo ardui (è questo un tema ricorrente in molte opere). Vivo della mia morte, dunque, può essere considerato un sunto della condizione in cui Buonarroti si trova a scrivere questi versi.

Condizione che tuttavia viene superata da un’improvvisa illuminazione (se ben guardo) che fa luce sul tenebroso non riposo della sua anima. Felice vivo d’infelice sorte, sembra tagliar corto il poeta; quasi a voler concludere una riflessione che non si sente di poter portare avanti. Una fine serena.

Rendendosi conto di morire vivendo non prova dispiacere né cordoglio: in fin dei conti la vita gli appare come un fatto o una condizione estremamente labile e caratterizzata da una finitezza innata. Ciononostante, la morte sembra rivestire il ruolo di “senso” dell’esistenza, punto di arrivo, fine. E’ forse questa la consolazione di Michelangelo? Quella di aver scoperto un significato che automaticamente esclude ogni altro possibile contenuto “ideologico” alla vita terrena?

Ma la riflessione dell’artista non va in questa direzione: subito, distolto dal torpore, si rivolge ad un terzo, un terzo qualsiasi : e chi viver non sa d’angoscia e morte. Il suo appellarsi a questa prospettiva di vita felice non è polemica, né tanto meno ironica. La sua, azzarderei, pare quasi invidia: invidia per chi sa vivere felice, libero dalle angosce e dal dolore spirituali (morte) che invece affligge il poeta. E da qui si muove l’ultimo verso, che suona come una tentazione: nel foco venga, ov’io mi struggo e ardo.”.

L’Autore invita il suo interlocutore ideale a farsi avanti, ad osservare in quale situazione si trova, di che natura è il dolore che gli colma il cuore e quali siano gli stenti che singhiozzano da un corpo martoriato e stanco. Testimonianza ne è, dopotutto, l’auto rappresentazione che Michelangelo fa di se stesso nell’affresco del Giudizio universale.