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Tutte le relazioni tra gli individui si fondano sulla fiducia, e il mondo degli affari non fa eccezione. Ed ecco che entra in gioco l’etica – che in fin dei conti non è così noiosa come si potrebbe pensare.

 

Clienti scontenti o clienti felici? A volte non dipende dai risultati: quello che può fare la differenza è il rapporto umano che si è riusciti a creare – e che spesso e volentieri va al di là della celeberrima “relazione win-win” decantata dai manuali di PNL.

Simpatia? Empatia? Nostalgia? Il-ragù-di-mia-zia?

Nossignore: molto più semplicemente, l’etica.

Non “epica”, né “etilica”, ma una disciplina che sotto certi aspetti può essere inebriante e creare rapporti ben più duraturi di quello tra Circe ed Ulisse.

Prima di arrivare al punto, però, è meglio far chiarezza su che cos’è l’etica e sul ruolo che gioca nei rapporti tra gli individui (chi ha fretta può comunque passare a “etica e business” – non mi offendo).

Leggi, principi…o comportamenti?

Parlare di “principi etici” o di “legge morale” è fuorviante: si tratta di espressioni che richiamano  qualcosa di statico ed imponente, a cui è in qualche modo associata l’idea della costrizione, del vincolo (se non addirittura dell’asfissia – sempre per fare rima col ragù di cui sopra). La “legge” è sempre qualcosa di imposto e di applicato: rispetto ad essa si è ortodossi oppure eretici (con qualche rara sfumatura).

Eppure, nella morale e nell’etica risiede un concetto naturalmente cangiante, vario, mobile, dinamico. È il concetto di “comportamento” (ethos), inteso come atteggiamento radicato (mos) nell’individuo che forma il carattere della comunità – è che si evolve contestualmente ad essa, ne è l’estensione psichica.

L’etica si manifesta quindi in prima battuta come la manifestazione egoica di questo “sentire comune”: è il risultato di un’introiezione di comportamenti altrui che regolano la vita psichica individuale e che modellano il comportamento del singolo. L’ethos è dunque quel processo condiviso che permette il riconoscimento dell’io nell’altro: la costituzione della comunità.

Dopotutto, che cosa studia l’etologo? Il comportamento animale – “ed ecco qua!”, come direbbe Gas mentre spruzza il vetrix (se avete capito la citazione avete la mia stima).

Insomma: ci si può opporre alla legge, ma non all’ethos: questo può solo essere deviato, eluso o alterato, ma sempre e solo in riferimento ad un prototipo. Ed è appunto l’etica (più del ”principio morale”) ad esprimere con veemenza la necessità di questo standard (sociale e/o spirituale) – in base al quale si svolgono per l’appunto le relazioni tra gli individui, si creano gruppi e fazioni e mutano le forme politiche (in senso ampio ed originario). 

L’etica è dunque essenzialmente mimetica (non come la tuta), sia nella sua origine che nella sua espressione. Questi due estremi tuttavia non coincidono a priori: è necessaria una volizione – ed è qui che entra il gioco il libero arbitrio.

L’individuo è in effetti libero di scegliere se produrre o meno questa associazione. 

Torniamo seri. In generale possiamo dire che l’etica può essere assimilata alla corrispondenza che deriva da questa scelta. La scelta di far corrispondere un’intenzione ad un enunciato – e quello stesso enunciato ad un evento – è perciò definibile come “scelta etica”, sempre coerente rispetto se stessa , ma posizionata variamente rispetto a quel prototipo che ora chiamiamo, consapevolmente, “legge” o meglio ancora “principio” (origine).

Ma che cosa c’entra tutto questo con il mondo degli affari?

Etica e business

Le relazioni economiche sono, più di altre, quelle che ci permettono di osservare più da vicino in che modo la scelta morale determina l’aspetto dei rapporti umani – in quanto questi possono essere “quantificati” utilizzando come unità di misura la ricchezza prodotta dalle suddette relazioni.

In uno scambio commerciale, ad esempio, il “chi dà cosa e a quale prezzo” implica la formulazione di una promessa (il prodotto) che viene scambiato da qualcuno (l’agente morale) con qualcun altro, sulla base di un compenso. L’azione (lo scambio) si basa sul presupposto che una parte darà all’altra quanto pattuito sulla base dell’accordo che precedo l’atto vero e proprio, il tutto in conformità con il principio che sta alla base di questa relazione (lo scambio equo). Come possiamo vedere, in questo caso sono coinvolti tutti e tre gli elementi che abbiamo visto più sopra: l’intenzione (il vantaggio, rappresentato dal prodotto/dal denaro), l’enunciato (la promessa del prodotto/del pagamento) e l’evento (la transazione in sé).

Il principio morale (equità dello scambio) è il terreno comune su cui poggiano entrambi gli agenti economici: pensando di avvantaggiare se stessi avvantaggiando anche l’altro (o comunque evitando di produrre per lui uno svantaggio), ognuno ritiene che l’altro pensi la stessa cosa.

Quando si verifica una corrispondenza tra l’intenzione (il vantaggio), l’enunciato (la promessa: il danaro/il prodotto) e l’azione (lo scambio effettivo, il prodotto/il denaro) si realizza una scelta coerente con il principio etico che sottende l’operazione (l’equità). Qualora questa corrispondenza cedesse da una o da entrambe le parti (gli agenti morali) la scelta che ne deriverebbe sarebbe comunque etica rispetto a se stessa, ma immorale rispetto al principio di riferimento.

Al di là delle ripercussioni legali, questa violazione implica lo scioglimento di qualsivoglia rapporto tra i due soggetti, la reciproca estromissione dall’orizzonte politico. Ognuno diventa “straniero” per l’altro (ovvero “barbaro”), e questa esclusione è così drastica da produrre una disumanizzazione dell’altro: la violazione di quel singolo principio vale in effetti come violazione della legge morale in sè.

Sul piano culturale, infatti, assumere la violazione dei termini dello scambio comporterebbe degli effetti gravissimi, in quanto implicherebbe de facto la violazione (inconcepibile) dell’imperativo categorico kantiano (agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale).

Come evitare di incorrere in questa violazione? 

Principi etici per le relazioni economiche

È la comunicazione che permette di verificare la concordanza tra intenti ed azioni.

Quindi sì: essere sinceri è fondamentale. Tuttavia NON basta.

Talvolta, infatti, una parola sbagliata può modificare radicalmente il senso dell’enunciato, spezzando la corrispondenza tra intenzione ed evento pur senza dolo. Può esserci l’incomprensione, il travisamento (è una parola?), l’interpretazione letterale di un’espressione metaforica e viceversa

Come spesso accade, però, i classici possono offrirci il loro aiuto. Personalmente, quando devo occuparmi di relazioni commerciali faccio sempre riferimento a questi 3 principi per gestire la comunicazione:

  1. Giustezza, verità, veridicità, comprensibilità. Sono i quattro principi dell’etica del discorso elaborata da Habermas. Dire cose che corrispondono o al vero e al proprio pensiero; dirle in modo comprensibile; assumersi la responsabilità delle proprie tesi. .
  2. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Massima giudaico-cristiana sempre preziosissima: mettersi nei panni dell’altro non è solo un esercizio di empatia, ma è molto utile per testare la chiarezza delle proprie parole. Il passo successivo e assicurarsi che i termini dello scambio siano chiari e privi di fraintendimenti.
  3. Tratta l’uomo come fine, mai solo come mezzo. Come dimenticare Immanuel Kant? Citando la sua formulazione dell’imperativo categorico prestiamo attenzione a non strumentalizzare le persone per raggiungere i nostri scopi – perché anche quanto ci si occupa di affari si è comunque – e per fortuna – degli esseri umani.

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